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Published on novembre 15th, 2017 | by Redazione

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Albi Stucchi: I primi 25 anni della mia seconda vita. “In marzo festeggio con un lancio a Dubai”

La lezione di coraggio dell’atleta paraolimpico italiano

Dobbiamo vederci perché devo ringraziare un po’ di persone, perché il 15 novembre sono 25 anni della mia seconda vita. Porta anche il tuo computer che ti passo le foto”. Questa storia inizia così. Io e Alberto “Albi” Stucchi ci conosciamo da diversi anni, ci siamo incontrati sempre per motivi sportivi, pallavolo e canottaggio soprattutto. Albi è un forte atleta disabile, un multisportivo: handbike soprattutto, ma pure basket, canottaggio, subacquea, e salto con il paracadute. Ha una forza e una determinazione non comune e così, quando chiama, non capita spesso a dire il vero, si deve correre.

Ci vediamo nella sua Erba, in pasticceria. Faccio per aiutarlo spingendo la sua carrozzina su una leggera salita. Albi mi guarda subito male. Poi entriamo e iniziamo a parlare. Venticinque anni di cosa? Chiedo. Alberto in realtà di anni ne ha 39, compiuti il 5 ottobre. Ma dal 15 novembre 1992 ha incontrato la malattia. “Ha un nome lunghissimo, se vuoi te lo dico mielomeningoradicolite encefalite. Ma forse questo non è importante. Io voglio dire in verità che quel giorno sono nato una seconda volta. Ringraziare chi mi ha aiutato. E spero che la mia storia serva a qualcuno”.

Alberto fino ai 14 anni è un bambino sano e vivace, figlio di Martino Stucchi, che lavora all’Ibm e di Vanda, insegnante. Ha una sorella maggiore, Roberta. Nell’autunno del 1992 frequenta la terza media all’Istituto San Vincenzo di Erba, quando si ammala. “Una broncopolmonite – ricorda – dopo alcuni giorni sembrava tutto risolto. La febbre era scesa. Il 15 novembre, era una domenica. Il lunedì sarei dovuto tornare a scuola. Però a letto avevo male alle gambe. Sento mio papà che mi chiama perché è pronto da mangiare. Gli dico che non mi alzo. La prima reazione è quella di darmi uno scappellotto bonario, poi capisce che non si tratta di un capriccio. Mi prende sotto le ascelle, mi alza. I miei piedi assumono una posizione innaturale. Non sento più le gambe”.

Alberto ricorda passo per passo le drammatiche ore successive. Il trasporto al Fatebenefratelli di Erba per i primi esami, il trasferimento al Sant’Anna di Como. Si apre un complesso ventaglio di possibilità e sono tutte drammatiche. La prima è quella di una massa tumorale che preme cervello. Speranze di sopravvivenza nessuna. La situazione di Alberto intanto peggiora.

“Il venerdì sera ero bloccato fino al collo. Mi attaccano alle macchine in Rianimazione, dove vengo ventilato e alimentato artificialmente – ricorda Alberto – Sono rimasto in quel reparto per 54 giorni. Non lo auguro a nessuno, è l’anticamera della morte. Sentivo e capivo tutto, per cinque volte mi danno per spacciato. Per farmi comunicare, mia mamma aveva costruito una lavagnetta con le lettere. Io le facevo dei cenni con gli occhi. La prospettiva era di rimanere attaccato a una macchina per tutta l’esistenza, breve o lunga che fosse. Purtroppo già allora non mancavano alcuni casi anche nella nostra provincia”.

Alberto si ferma nel racconto. E’ uno dei pochi tentennamenti nella lunga chiacchierata. Si vede che il ricordo del reparto di Rianimazione è ancora vivo e vegeto, nonostante i 25 anni trascorsi.

“Chiesi a mia mamma di staccare tutto: “Lasciami andare” segnalai con gli occhi sulla lavagnetta. A 14 anni non potevo concepire la mia vita immobile in un letto – dice ancora – Anche per questo non mi sento di giudicare chi ha fatto scelte drammatiche per se stesso o per gli altri. Io, nella mia storia, ho avuto la fortuna di avere una seconda possibilità. Grazie anche a dei genitori che non si sono mai arresi e a dei medici rianimatori, che mi hanno ridato la vita. Vorrei iniziare a ringraziare loro: mamma, papà, mia sorella e quei due dottori. Erano entrambi al Sant’Anna nel 1992, Massimo Fiorini e Carlo Rezzonico, magari grazie a questo articolo li possiamo raggiungere. Tu scrivi i loro nomi mi raccomando” mi chiede Albi.

Anche nei giorni di paralisi quasi totale, Alberto può muovere un pochino il braccio e la mano sinistra. “Usavo la mano per staccarmi i tubicini, così suonava tutto e gli infermieri dovevano correre da me. Era un modo per fare sapere al mondo che ero vivo. Ho iniziato a lottare. Mio padre intanto si era messo in contatto con l’istituto Pasteur di Parigi e con due strutture a New York e Boston. Sarei dovuto essere trasferito. Mi fanno visitare anche da un luminare di Pavia, il dottor Burgo, la diagnosi è ormai chiara. Il virus, detto brutalmente, mi ha tranciato il midollo. Dal bacino in giù non si può fare nulla, ma per il resto del corpo ci sono speranze. E anche i medici stranieri concordano che al Sant’Anna si stanno seguendo tutte le procedure corrette. Così inizio a darmi da fare anch’io”.

Ovvero? “Ero appassionato della Lego Technic. Con la mano buona e la bocca monto pezzo per pezzo il primo scavatore. Mio padre me ne portava uno ogni mattina. E io li montavo. Era già un modo per sentirmi vivo”.

Durante il decorso ospedaliero Albi ha anche una trombosi, proprio il giorno di Capodanno. Per l’Epifania può però lasciare la Rianimazione ed essere trasferito in Pediatria, sempre con il respiratore però.

“Avevo una stanza da solo, e la mamma poteva dormire con me in ospedale, fu un cambiamento totale. Tutto il personale del reparto era affezionato a me”.

In maggio, Alberto Stucchi viene dimesso dal Sant’Anna.

“Iniziavo a muovere le mani e la braccia. La malattia era scesa. Ho chiesto di tornare un salto a casa per rivedere il mio cane Rocky, l’avevo preso al canile di Erba l’anno prima. Poi dovevo iniziare un periodo di riabilitazione pesante a Villa Beretta, dove avviene la prima liberazione, posso togliere il respiratore”.

“La mia vita non era però ancora un granché, i progressi stentavano a venire – scherza Alberto – Ecco un nuovo incontro, con un signore di Erba, Maurizio Mauri, che da anni viveva in carrozzina. Mi consiglia l’unità spinale di Somma Lombardo per una visita. Lì conosco un altro uomo straordinario, il dottor Eugenio Occhi, mi propone un percorso riabilitativo più intenso, a Sondalo. Quando lo racconto alla gente qualcuno non ci crede, ma in una settimana nell’ex sanatorio di Sondalo, due fisioterapisti mi rendono autonomo. Mi insegnano a salire e scendere dalla carrozzina. Anche dopo una caduta dalla sedia. Imparo a lavarmi completamente da solo. Faccio palestra per rinforzare le braccia”.

I progressi sono tali che i genitori di Alberto provano a portarlo anche in Austria, alla clinica universitaria di Innsbruck Landeskrankenhaus dove sono stati salvati alcuni sciatori vittime di drammatici incidenti.

“Per il mio problema non ci sono però più soluzioni mediche e io, a 15 anni, sono pronto per affrontare una nuova vita in carrozzella. Lo spiego anche ai miei genitori, che sono sempre dalla mia parte”. Del resto Alberto è uno che si dà subito da fare. Finisce la terza media, ma visto che fatica a trovare una scuola che lo soddisfi e soprattutto senza barriere architettoniche, grazie a un’intuizione della sorella Roberta, inizia a realizzare composizioni di fiori secchi.

“Lavoravo per una ditta di Cernusco sul Naviglio, ho fatto anche una fiera, “Commercianti per un giorno” e portato a casa qualche soldino. Forse avrei potuto aprire un negozio, ma io non volevo chiudermi da qualche parte”. Così Alberto torna a scuola e prende un diploma, a Como, di segretariato d’azienda.

“Per un periodo collaboro anche con un’agenzia di eventi per la ricerca di sponsor, un lavoro che mi aiuta a conoscere tante persone. Poi, un primo impiego di sei mesi e, nel maggio del 2000, incontro Carlo Faverio nella sua ditta di Costa Masnaga. Conosceva già la mia storia. Mi dice di salire negli uffici e che, se mi fosse piaciuto l’ambiente mi avrebbe assunto subito. Devo molto a lui. Mi raccomando scrivi il suo nome, tanto lo conosci per la pallavolo. Ci tengo a ringraziare tre persone che da 17 anni e mezzo credono in me alla Lariana Carrelli: Carlo Faverio, Mauro Villa e il capoofficina Piero Cattaneo”. Sette anni dopo essere uscito dall’ospedale, Albi ha un diploma, un lavoro, la patente di guida. In una parola è completamente autonomo. Anche perché Albi non molla mai, è un grande sportivo. “Mio padre mi dice che essendomi malato a 14 anni in realtà non sono cresciuto, sono rimasto un adolescente per sempre – sorride – E credo che abbia ragione. Ma questa fame di vivere e scoprire credo sia stata anche la mia fortuna nei primi 25 anni della mia nuova vita”.

Torniamo allo sport. Per due anni Alberto Stucchi gioca a basket in carrozzina. “La squadra era sponsorizzata Clear Cantù. Le partite si facevano al Pianella. Poi, sempre tramite la Briantea 84 di basket in carrozzina arrivo all’atletica leggera. La società questa volta è di Varese, la Polha. Intanto faccio un paio di lanci con il parapendio e decine di immersioni. Quando voli nell’aria o sei sott’acqua ti assicuro che ti dimentichi di non poter usare le gambe”.

Alberto Stucchi diventa in breve tempo un vero e proprio personaggio per i villaggi turistici che vogliono aprirsi ai servizi per i disabili. “Ricordo bene il primo viaggio con mia madre in Messico, con il Ventaglio, che aveva un catalogo dedicato. Il primo giorno mi sono presentato dalla direttrice e le ho dato alcuni consigli. Mi hanno fatto fare il giro di tutte le strutture per verificare i correttivi necessari. Son stato a Santorini, a Cuba, in generale nei Caraibi e, soprattutto, vent’anni nel Mar Rosso. A Sharm facevo sempre due settimane in maggio e due in settembre. Ho ancora decine di amici là. Da alcune stagioni mi sono traferito per le immersioni a Dubai, dove in marzo con un amico voglio fare un lancio per festeggiare questi 25 anni di nuova vita”.

Tutto qui? Ma neanche per idea. Stucchi ha preso parte ad alcune edizioni del Giro d’Italia di Handbike, che è ora il “suo sport”. “Sono iscritto al Team Mtb Bee and Bike di Bregnano del presidente Carlo Ricci. Vorrei ringraziare anche Angelo Paganoni e sua moglie Mirta che sono sempre disponibili con me”.

E poi c’è anche il capitolo canottaggio. “Per la Canottieri Lario ho fatto solo due gare, ma ricordo sempre con grande stima un altro amico che devi citare, il presidente emerito Enzo Molteni”. Ci vogliamo fare forse mancare il calcio? Neanche per idea, Albi Stucchi è tifosissimo del Milan.

“Fino a tre quattro anni fa non mancavo a una partita a San Siro. Adesso spesso preferisco uscire con gli amici. Anche qui scrivi due nomi: Antonio Viganò e Giuseppe Giussani. Ci frequentiamo da più di 23 anni, credo gli faccia piacere se li ringrazio. So che su li loro e sulla mia famiglia posso sempre contare, in qualsiasi situazione” spiega.

Una seconda vita straordinaria quella di Albi Stucchi, insomma, 25 anni vissuti intensamente.

“E sai una cosa? Rifarei tutto. Grazie alle tante persone che mi stanno vicino. Chi ho citato chi e anche quelli di cui può darsi mi sia dimenticato. In tutti questi anni non ha mai avuto bisogno del sostegno di uno psicologo. Ho alti e bassi, come tutti. Due anni fa mi hanno investito in bici mentre ero in allenamento. Nulla di grave per fortuna, ma la bici era distrutta. Sono stato tre mesi senza correre, è stata dura. Ma c’era tutto il resto: il lavoro, la famiglia e gli amici. Se proprio sono a terra programmo un salto in parapendio, come quella che voglio fare iun marzo a Dubai per festeggiare questi 25 anni”.

L’intervista è finita, i nomi speriamo di averi messi tutti e giusti, altrimenti Albi non sarà tenero con chi scrive. Questo anche se ci conosciamo e stimiamo da tanti anni. Arriviamo assieme al parcheggio. Alberto avvicina la carrozzina al suo Voyager, dove ha tolto una fila di sedili per fare stare anche la handbike. Sale in auto. Io sto fermo. Albi adesso ride di gusto.

“L’hai capito che non devi aiutarmi vero? A volte sono un po’ brusco con la gente. Mi vedono e chiedono se serve che spingano la carrozzina o che mi aiutino a metterla auto. Dico sempre no in modo fermo. E c’è chi ci rimane male. Ma se poi il giorno dopo mi trovassi solo e non più in grado di farlo? L’autonomia è stata la conquista più importante nella mia seconda vita e non posso barattarla con nulla al mondo”. Grazie Albi della lezione di vita e speriamo di aver descritto almeno in parte chi sei e qual è la tua forza di volontà.

Paolo Annoni

© Tratto da corrierecomo.it

 


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